
Mentre le tensioni politiche aumentano, il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez stanno dando una scossa ai democratici con un tour nazionale. I due politici stanno organizzando grandi comizi nelle circoscrizioni elettorali più competitive, per opporsi all’agenda economica del presidente Donald Trump, che, secondo loro, favorisce i ricchi a scapito della working class americana. E a Denver, in Colorado, più di trentamila persone si sono presentate al comizio. Un successo insperato.
Il tour, chiamato Fight Oligarchy, sta attirando folle persino più numerose di quelle delle campagne presidenziali del senatore del Vermont. Non ci sono solo i sostenitori di Sanders che affollano questi comizi. Come riporta Mother Jones, molti partecipanti sono nuovi all’attivismo politico: persone che, fino a poco tempo fa, non avevano mai preso parte a una protesta o a un comizio.
Uno dei principali bersagli delle critiche del duo progressista è il miliardario Elon Musk, la cui influenza sulle agenzie governative— in particolare attraverso il DOGE, il dipartimento per l’efficienza governativa—ha sollevato preoccupazioni, specialmente alla luce dei recenti tagli dell’occupazione nel settore federale. Sanders ha anche lanciato un allarme sull’automazione, indicando la riorganizzazione dell’amministrazione federale guidata dall’IA di Musk come un segnale che nessun settore è al sicuro dalle logiche di riduzione dei costi aziendali.
In Arizona, Ocasio-Cortez ha invece infiammato la folla con una sfida diretta: “Se il vostro senatore non sta lottando per voi, avete il potere di sostituirlo con qualcuno che lo farà”. Il riferimento implicito era sia alla repubblicana dell’Arizona Martha McSally, sia a Kyrsten Sinema, la senatrice democratica diventata indipendente che ha scelto di non ricandidarsi dopo aver perso il sostegno del suo ex partito.
Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez durante il tour elettorale
Uno degli obiettivi principali del tour è rivitalizzare e mobilitare la risposta democratica alle decisioni della nuova amministrazione repubblicana, soprattutto in un momento in cui l’approvazione del Partito Democratico al Congresso è crollata negli ultimi mesi. Tuttavia, a differenza del movimento Resistance del 2017, che si concentrava principalmente sull’opposizione a Trump, questa nuova ondata di indignazione mette altrettanto in discussione l’operato dei democratici. Mentre i leader del partito puntano a trovare consenso, la base chiede una presa di posizione netta e una lotta decisiva.
In particolare, la controversia sul voto del capogruppo democratico al Senato, Chuck Schumer, ha accentuato il senso di frustrazione tra gli elettori dem, spingendoli a cercare una risposta che Sanders e Ocasio-Cortez sembrano offrire in questo momento. La reazione è stata così forte che Schumer ha dovuto rinviare un tour promozionale per il suo nuovo libro, “Antisemitism in America: A Warning”.
Molti elettori democratici si sentono abbandonati dalla loro stessa leadership. La decisione di Schumer di opporsi inizialmente al disegno di legge di bilancio approvato dalla maggioranza repubblicana alla Camera, per poi votare a favore appena ventiquattro ore dopo al fine di evitare lo shutdown del governo federale, ha rafforzato l’impressione di un partito esitante e diviso, incapace di portare avanti una linea politica chiara e precisa.
Per questo motivo, seguendo l’esempio di Sanders, il Partito Democratico ha annunciato una propria serie di People’s Town Halls nelle circoscrizioni congressuali controllate dai repubblicani e considerate vulnerabili. Il governatore del Minnesota Tim Walz, ex candidato alla vicepresidenza nel 2024, ha iniziato un tour nelle circoscrizioni repubblicane del Wisconsin e dell’Iowa. Ro Khanna, deputato californiano, ha visitato tre circoscrizioni repubblicane nel suo stato. Entrambi sono considerati dagli analisti tra i possibili aspiranti alla presidenza.
I tour del duo Sanders-Ocasio Cortez sono tuttavia eventi che contano su una partecipazione rilevante. Con tappe in stati chiave come Michigan, Arizona e Iowa, l’impatto del tour è ancora da vedere, ma una cosa è chiara: la sinistra dem si sta preparando per una lotta a lungo termine per rimodellare il futuro del Partito Democratico.
Se il tour infatti punta ad esercitare pressioni sui repubblicani in circoscrizioni vulnerabili, con molto anticipo rispetto al calendario elettorale (si vota a novembre del 2026 per le elezioni di metà mandato), i progressives considerano l’aumento della partecipazione come un’opportunità per spingere il loro partito verso una piattaforma più populista e orientata al lavoro. Durante gli eventi, gli organizzatori raccolgono email e contatti con l’obiettivo di ampliare la rete dei militanti, rafforzare il radicamento sul territorio e costruire una base di sostegno da utilizzare nel futuro.
Ragione per la quale, alcuni dem centristi sono preoccupati. Il timore è che un forte spostamento verso sinistra possa alienare gli elettori cruciali di centro e indebolire le prospettive elettorali del partito. Sembrerebbero confermarlo anche le inchieste di Gallup che indicano elettori dem e indipendenti tendenti verso i dem in cerca di maggiore moderazione sulle proposte. E alcuni hanno cominciato a parlare del rischio un Tea Party di sinistra, in riferimento al movimento politico di destra emerso nel 2009, in risposta alle politiche fiscali e economiche del governo federale sotto la presidenza di Barack Obama, che ha avuto un grande impatto sulla politica americana, influenzando il Partito Repubblicano e creato le condizioni in parte per l’arrivo di Donald Trump sulla scena politica.
In realtà, molte delle politiche libertarie e conservatrici sostenute dal Tea Party repubblicano hanno trasformato solo in parte il GOP. Sebbene il movimento abbia contribuito a spostare l’asse del partito su posizioni più radicali in materia fiscale e di riduzione del governo federale, non è riuscito a imporsi completamente come forza egemone. Lo tsunami Trump, pur condividendo alcune istanze del Tea Party, non si è allineato perfettamente alla sua agenda: il populismo nazionalista e l’approccio economico protezionista di Trump erano spesso in contrasto con l’ortodossia libertaria e “reaganiana” del movimento. Tuttavia, Trump ha saputo capitalizzare il successo del Tea Party, facendo propria la sua retorica anti-establishment e amplificando la critica alla classe dirigente repubblicana e ai cosiddetti RINOs (Republicans In Name Only).
Allo stesso modo, il movimento progressista che si sta mobilitando a sinistra propone politiche più radicali su diversi fronti, ma sembra soprattutto condividere una feroce opposizione alla leadership democratica. Il risultato potrebbe quindi non essere necessariamente un Partito Democratico più spostato a sinistra su tutte le questioni, ma piuttosto un partito sempre più diviso e ostile alla sua attuale classe dirigente, con esiti ancora difficili da prevedere.
Quando è stato chiesto un confronto con il Tea Party, Sanders ha riconosciuto i successi dei dem in termini di progresso sociale, ma non ha risparmiato critiche più ampie. “Negli ultimi 30 o 40 anni, il Partito Democratico ha in gran parte abbandonato la classe lavoratrice,” ha detto, indicando la folla fuori. “Queste persone vogliono una leadership vera. Vogliono combattenti come Greg [Casar, deputato e presidente del Progressive Caucus, ndr] e Alexandria a difenderli. E ne vogliono di più. Sono stanchi degli insider democratici. E sono stanchi anche dei Repubblicani”. “Siamo contro tutti,” ha continuato. “Gli oligarchi, il Partito Repubblicano, i Democratici legati alle corporation, i media, Wall Street—è una lotta su tutti i fronti. E il cambiamento reale non avviene dall’oggi al domani”.
Durante i comizi Casar ha descritto la divisione in termini ancora più netti. Alla domanda sul perché tanti democratici sembrano impreparati per questo momento, non ha parlato di ideologia, ma di atteggiamento. “La vera divisione nel Partito Democratico non è solo tra sinistra e centro,” ha detto. “È tra chi è disposto a combattere e chi si arrende”.
Il capogruppo dem al Senato Chuck Schumer in una delle numerose interviste rilasciate in questi giorni
Il clima è infuocato non solo ai comizi di Sanders e Ocasio-Cortez, dove l’entusiasmo della base progressista si mescola a una crescente frustrazione verso la leadership del partito. Anche molti senatori e deputati democratici stanno affrontando un momento difficile nei loro collegi elettorali, dove vengono sottoposti a un vero e proprio fuoco incrociato. Le assemblee cittadine si trasformano spesso in arene di confronto acceso, con elettori che mettono sotto pressione i rappresentanti sulla loro capacità di fare opposizione a Donald Trump.
In Colorado, una folla infuriata ha assistito a un incontro pubblico del senatore Michael Bennet e della deputata Brittany Pettersen, durante il quale sono piovute critiche contro Bennet per aver votato a favore di diversi membri del gabinetto di Trump e per non essersi opposto alle sue azioni. Alcuni lo hanno accusato di “uccidere il pianeta” e di ricevere denaro da petrolio e gas, accuse che Bennet ha prontamente respinto.
Sono proteste diffuse che riflettono una crescente frustrazione interna al partito. Un’esperienza simile a quella vissuta dai senatori dell’Arizona Mark Kelly e Ruben Gallego, che sono stati incitati dai loro elettori a “combattere più sporco” contro i Repubblicani. Oppure a quella che si è verificata nel New Hampshire, dove la deputata Maggie Goodlander, pur continuando a parlare di potenziali successi bipartisan, ha dovuto affrontare una folla indignata che criticava la mancanza di coraggio dei democratici a Washington.
Un altro episodio simile è avvenuto a New York, dove durante un incontro pubblico un uomo ha detto al deputato Paul Tonko di essere felice di vederlo manifestare fuori dal Dipartimento dell’Istruzione, ma di volere un impegno maggiore. “Ho pensato a Jimmy Carter e a John Lewis, e so cosa avrebbe fatto John Lewis. Si sarebbe fatto arrestare quel giorno,” ha dichiarato l’uomo. “Costringeteli a mettervi fuori legge. Noi saremo al vostro fianco; saremo lì con voi. Mi farò arrestare con voi.” Scene di questo tipo si ripetono in vari stati. La settimana scorsa, il deputato del Maryland Glenn Ivey è stato accusato di essere troppo “calmo” durante un incontro pubblico abbastanza turbolento, mentre una partecipante a un incontro con il deputato della California Gil Cisneros gli ha detto di volerlo vedere più “arrabbiato”.
Una situazione rischiosa. Secondo un’analisi dei sondaggi della Quinnipiac University, per la prima volta nella storia di questi sondaggi, i democratici del Congresso sono ora in negativo nelle valutazioni di approvazione da parte dei loro stessi elettori. Solo il 40% dei democratici approva le performance dei loro rappresentanti al Congresso, rispetto al 49% che disapprova. Secondo Politico, questo è un cambiamento drammatico rispetto a un anno fa, quando il 75% dei democratici approvava il loro operato, contro solo il 21% che disapprovava.
Anche CNN parla di tasso di gradimento del Partito Democratico tra gli americani che ha raggiunto un minimo storico del 29%, con i democratici e gli indipendenti vicini al partito che affermano che il partito dovrebbe concentrarsi principalmente nel bloccare l’agenda repubblicana, piuttosto che collaborare con la maggioranza. “I numeri sono chiari”, dicono da Politico, “i democratici non sono più soddisfatti dello status quo all’interno del loro partito e sono sull’orlo di una rivolta intra-partitica in stile Tea Party”.
Una dinamica che potrebbe aumentare la pressione in vista delle primarie per le elezioni di metà mandato del 2026 quando saranno in palio 13 seggi senatoriali attualmente detenuti dai democratici, molti dei quali in stati fortemente progressisti. Una situazione che aumenta così la possibilità che emergano candidati più giovani e radicali, più vicini alla base del partito, in modo simile a quanto accaduto ai Repubblicani negli ultimi quindici anni:
Sperare che la rabbia svanisca e che gli elettori democratici alla fine tornino all’ovile non è una strategia vincente. L’establishment repubblicano lo ha imparato a proprie spese nel 2010 e nei due cicli elettorali successivi, quando diversi candidati sostenuti dal partito, sia alla Camera che al Senato, sono stati travolti da primarie combattute che hanno portato a sconfitte inaspettate. Basta chiedere a Eric Cantor [leader della maggioranza alla Camera dal 2011 al 2014, subì una clamorosa sconfitta alle primarie repubblicane del 2014 contro uno sconosciuto sostenuto dal Tea Party, ndr].
La contestazione a politici democratici
Per questo, alcuni deputati hanno lanciato segnali agli incumbent che non si oppongano strenuamente contro l’amministrazione Trump. “Qualsiasi esponente democratico in carica che pensa di poter dormire sugli allori e di non dover dimostrare ai propri elettori che sta lottando con tutte le forze sta commettendo un errore,” ha dichiarato il deputato Jared Huffman della California.
Secondo un’analisi di Split Ticket, la frattura interna ai dem potrebbe essere interpretata più come una rivoluzione lungo un asse generazionale o di “combattività” piuttosto che secondo la tradizionale contrapposizione ideologica tra sinistra e centro. I dati suggeriscono che un’insurrezione interna sia un’eventualità concreta. La base democratica, infatti, aveva mostrato un forte sostegno per l’atteggiamento combattivo adottato dai leader del partito in passato, mentre oggi appare molto più insoddisfatta della loro strategia più conciliante. Proprio per questo motivo, la leadership democratica ha scelto un nuovo approccio: attendere un passo falso di Trump e lasciarlo sfiancare, una tattica dettata anche dalla mancanza di reali strumenti di pressione contro di lui, al di là delle azioni legali.
Come riporta Split Ticket, i leader democratici ritengono che Trump non si stia comportando in modo coerente con la sua risicata vittoria nel voto popolare—la più risicata dal 2000—e che ciò lo porterà probabilmente a un’eccessiva espansione del potere e a un caos che farà rapidamente perdere consensi tra gli elettori moderati:
I leader democratici sostengono che riempire i media con proteste simboliche farebbe ben poco per ostacolare realmente Trump o Musk, soprattutto rispetto alle numerose cause legali che i Democratici stanno portando avanti nei tribunali federali, spesso con successo. Al contrario, una simile strategia rischierebbe solo di polarizzare nuovamente l’elettorato in modo prematuro, limitando i potenziali guadagni tra gli elettori indecisi e facilitando i tentativi di Trump di trasformare le questioni politiche in puro spettacolo.
Anche se le elezioni del 2024 hanno dimostrato che le manifestazioni di entusiasmo dal vivo non sono un indicatore affidabile della reale forza politica, gli scontri interni al Partito Democratico potrebbero non tradursi necessariamente in un netto spostamento a sinistra. Piuttosto, potrebbero accelerare un ricambio ai vertici, sostituendo una classe dirigente con un’altra, senza però alterare in modo radicale l’identità del partito.
In questo contesto, il Fight the Oligarchy Tour sta emergendo come un catalizzatore di questa transizione. Più che una semplice mobilitazione contro l’élite democratica, il tour sta delineando un nuovo asse politico e organizzativo, capace di raccogliere il malcontento e incanalarlo. E sebbene Bernie Sanders sia stato il punto di riferimento della sinistra dem per anni, questa nuova ondata di attivismo sembra aver trovato una leadership diversa, forse più giovane, più combattiva e più decisa a sfidare apertamente lo status quo del partito: Alexandria Ocasio-Cortez.
Secondo il New York Magazine, per la prima volta in vent’anni è impossibile prevedere chi sarà il prossimo candidato presidenziale democratico. Nelle ultime tre elezioni, il partito ha espresso candidati con evidenti limiti ma che godevano del sostegno dei loro predecessori. Nel 2016, Hillary Clinton era la scelta naturale di Barack Obama e ha dominato tutti i sondaggi contro i suoi avversari. Quattro anni dopo, Joe Biden ha conquistato la nomination anche grazie a un intervento dell’ultimo minuto di Obama, che ha spinto candidati centristi competitivi come Pete Buttigieg e Amy Klobuchar a ritirarsi prima del Super Tuesday. Nel 2024, invece, dopo il crollo di Biden, Kamala Harris è diventata la prima candidata democratica in oltre cinquant’anni a ottenere la nomination senza aver vinto un solo voto nelle primarie.
Oggi, come sottolinea il New York Magazine, lo scenario è completamente aperto: non c’è un successore designato né un chiaro favorito, lasciando il partito in una fase di grande incertezza che la sinistra del partito sembra voler capitalizzare. Bernie Sanders, che oggi ha 83 anni, sembra non essere interessato a candidarsi per la terza volta alle presidenziali, alimentando l’ansia nella sinistra su chi potrebbe raccoglierne l’eredità. I sostenitori di Alexandria Ocasio-Cortez hanno avanzato la sua candidatura come possibile futura aspirante alla Casa Bianca. Allo stesso tempo, alcuni democratici l’hanno incoraggiata a sfidare il leader della minoranza al Senato, Chuck Schumer, nelle primarie del 2028 a New York.
Secondo un’analisi del New York Times, che ha intervistato una ventina di politici della sinistra dem, la deputata di New York è ormai considerata la leader più naturale per raccogliere l’eredità del senatore del Vermont. Di fronte Ocasio-Cortez avrebbe tre possibilità concrete per il suo futuro politico, secondo il quotidiano newyorchese: restare alla Camera e puntare a diventare presidente di una commissione, nel caso i democratici riconquistassero la maggioranza alle elezioni di metà mandato del prossimo anno; candidarsi al Senato nel 2028, sfidando il leader della minoranza Chuck Schumer o subentrando nel suo seggio se dovesse lasciare; lanciarsi nella corsa per la presidenza nel 2028.
Per l’ex analista CNN Chris Cillizza, la scelta è ovvia: Ocasio-Cortez dovrebbe candidarsi alla presidenza:
“C’è chiaramente spazio per un populista progressista, sulla scia di Bernie Sanders, che nel 2020 è andato molto vicino a vincere la nomination democratica. Inoltre, il tour di conferenze sembra quasi un passaggio simbolico di consegne da Sanders a Ocasio-Cortez”.
Sulle sue possibilità di riuscita Cillizza anche se “non ci sono certezze”. “Quel che è chiaro” dice “è che il 2028 sarà una corsa molto aperta per i democratici e una figura come AOC potrebbe avere una reale possibilità di vincere. Resta da vedere se lei sarà d’accordo”.
E poi Ocasio-Cortez, più di qualsiasi altro giovane democratico al momento, è un brand, come ricordano a Vanity Fair:
“Ha un talento per i social media, con oltre 8 milioni di follower su Instagram e 1 milione su TikTok, e una capacità di generare reazioni polarizzanti. Questa seconda qualità è estremamente utile nell’era dell’informazione attuale e futura”.
Lo sa bene Biden, la cui fortuna nel 2020 fu anche la riconoscibilità del nome, per i lunghi anni di associazione con Barack Obama, una vera e propria celebrità della politica.
La strada per il 2028 è ancora lunga e Ocasio Cortez se ci arriverà da candidata sarà comunque qualcuno di diverso da quella che nel 2019 ha voluto sfidare l’establishment del partito. “AOC è diventata una democratica come le altre”, aveva dichiarato New York Magazine lo scorso anno, dopo che ha sostenuto Joe Biden per un secondo mandato. Dice The Guardian che la deputata “ gradualmente, sembra che abbia abbandonato tutto ciò per cui lottava”, forse “nel tentativo di ottenere il supporto per la sua candidatura alla leadership, ha persino promesso, come riportato da Axios, di smettere di sostenere i candidati delle primarie contro altri democratici alla Camera. La sua metamorfosi non è passata inosservata”. “La sua immagine sta evolvendo”, ha detto il rappresentante Glenn Ivey ad Axios. “Sembra che abbia cambiato il suo approccio alla legislazione, e credo che abbia capito come scuotere la barca senza farla ribaltare.”
Per il momento tutto è però in alto mare. Anche nei sondaggi. Secondo un sondaggio CNN, Alexandria Ocasio-Cortez è la politica più apprezzata tra i democratici e gli indipendenti con tendenze democratiche, quando è stato chiesto quale persona “rifletta meglio i valori fondamentali” del partito. La deputata di New York è stata nominata dal 10% degli intervistati, superando di poco l’ex vicepresidente Kamala Harris, che ha ottenuto il 9%. Bernie Sanders si è classificato terzo con l’8%.
Tuttavia, se Ocasio-Cortez è vista come la migliore rappresentante dei valori democratici, un sondaggio Morning Consult, la colloca al terzo posto quando si tratta di chi gli elettori sosterrebbero nel 2028. In questo sondaggio, Harris guida con un ampio margine a doppia cifra, con il 36% dei consensi. Al secondo posto c’è l’ex segretario ai trasporti Pete Buttigieg (che aveva cercato la nomination nel 2020) con il 10%. Ocasio-Cortez raccoglierebbe la metà dei consensi di Buttigieg, con il 5%, a pari merito con il governatore del Minnesota Tim Walz (candidato alla vicepresidenza di Harris nel 2024) e il governatore della California Gavin Newsom. Il miliardario Mark Cuban si è piazzato subito dietro, con il 4%. Un altro recente sondaggio Echelon Insights ha mostrato risultati simili: Harris al 33%, mentre Ocasio-Cortez al 7%, a pari merito con Newsom. Buttigieg è secondo con il 10%.
È vero che, almeno per il momento, Kamala Harris non sembra intenzionata a candidarsi per le presidenziali del 2028. Tuttavia, la sua prossima mossa politica potrebbe offrire indizi cruciali sulle sue ambizioni future. In estate, infatti, dovrebbe sciogliere la riserva sulla possibilità di candidarsi a governatrice della California, una decisione che molti osservatori politici considerano un test fondamentale per valutare le sue reali intenzioni a lungo termine.
È ancora troppo presto per dire cosa accadrà e fino a che punto l’amministrazione Trump spingerà la propria agenda. È presto anche per capire se la mobilitazione democratica guidata da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez riuscirà a trasformarsi in un’ondata inarrestabile, capace di ridefinire il futuro del partito. Tuttavia, un segnale è chiaro: qualcosa si sta muovendo. Il malcontento cresce e l’energia politica che si sta sprigionando potrebbe rivelarsi determinante nei prossimi mesi. Per Trump, per il Partito Democratico e per gli Stati Uniti.
L’intervento di AOC in Arizona
L’articolo L’eredità di Bernie, l’ascesa di AOC e il possibile Tea Party di sinistra proviene da ytali..